Fine dicembre, nebbia fitta che sale dalla bassa bergamasca come se la terra stesse esalando
l’ultimo respiro stanco – e io, stanco quanto lei, giro in macchina da stamattina, diretto finalmente a casa dopo un ultimo servizio fotografico sperando l’ultimo dell’anno in corso.
Il telefono vibra. Un messaggio da un collega: «c’è un “rosso” a Isso infortunio sul lavoro è gravissimo». Accosto di colpo. Le mani sul volante, il motore che borbotta basso. Isso é in culo al mondo. Sono appena salito da Verdello per un l’ultimo servizio, tornare laggiù alle 21:30 con le pagine del giornale quasi chiuse non ha senso. Meglio capire. Chiamo il collega della zona che sta andando sul posto: copertura c’è in caso saltasse fuori che sia una cosa piu grossa a livello mediatico.
Chiamo mio fratello Dario e la fatalità è dalla mia, “è di turno” al 118 di Treviglio sull’automedica, con il rianimatore e ha raggiunto il posto.
Codice rosso, manovre, defibrillatore, il rituale di sempre. Niente. Se n’è andato lì, sul cemento freddo di un capannone qualunque, lontano dai carri funebri, lontano dalle bare che conosceva a memoria.
Il 118 lo chiude come “malore mortale”. Tiro un respiro di sollievo: almeno non è lavoro, i malori impprovvisi non sono quasi mai notizie di giornale, ultimamente sono molti anche fra i giovani ma raramente li seguiamo.
Oramai sono a casa, a più di 50 km da quel posto dimenticato. Solo verso le dieci mi arriva il nome: Stefano Vecchi. Penso a un omonimo. Stefano, il coscritto, ma lui mica era di lì. Abitava a Bonate Sopra, era cresciuto come me a Presezzo e sorrido e penso lui i morti li va prendere, mica faceva la guardia giurata…
Mi sbagliavo. Era lui, aveva cambiato vita…
Stefano Vecchi
Quello con cui da ragazzi, nel garage di casa mia, smontavamo i Ciao Piaggio per farli andare più veloci, più nostri. Le prime sigarette fumate lungo il cammino verso scuola, rigorosamente prese dal pacchetto a tua nonna che teneva il tabaccaio. Le prime corse a caccia di ragazze che non ci degnavano di uno sguardo. Eravamo coscritti classi a scuola diverse e tuo fratello mio omonimo: Tiziano, un nome raro per un paesino come Presezzo.
Poi le strade si separano senza bisogno di parole. Io prendo la reflex e inizio a inseguire la cronaca per i giornali: incidenti, corpi sotto i lenzuoli bianchi, flash che illuminano per un secondo le scene, i lampeggianti blu. Tu prendi l’altro lato.
Pompe funebri, un mestiere che incrocia il mio piu di quanto si poss aimmaginare.
Arrivavi dopo, sempre dopo. Ti rivedevo giorni dopo al funerale: cravatta dritta, giacca nera, mani pulite.
E quel tuo modo di scherzare sulla morte per non farla entrare dentro. “Vesto bene, non mi sporco”, dicevi postando selfie sui carri. “Il cliente raramente si lamenta”. Ridevamo. Era uno sporco lavoro, e qualcuno lo doveva pur fare. Scherzarci era il modo per tenere lontana la paura.
Da giugno spammavi ovunque “Responsabile Casa del Commiato Vavassori”. Ti avevo scritto smettila o ti blocco… ovviamente scherzando e toccandoci gli attributi.
Poi silenzio. Avevo visto che vendevi la villetta alle Ghiaie, ma mai avevo pensato che ti spostavi nella bassa, e avevi cambiato mestiere. Guardia giurata. Divisa diversa, turni notturni, capannoni industriali al posto degli obitori. La passione per i Rally e le esibizione amatoriali, per beneficenza.
Non lo sapevo, anche se avevo notato: niente più post ironici, solo like silenziosi. Pochi giorni fa, per Santo Stefano, ti ho scritto in privato su Messenger. Un messaggio semplice: “Buon onomastico, coscritto”. Oggi per avere la coscienza a posto basta un pollice verso sui social è un modo per dire “ci siamo ancora”.
Le fatalità si accavallano come carte sbagliate. Mio fratello che corre da te per portare una salvezza che non arriva e Io che faccio di tutto per non raggiungere quel posto. I nostri lavori paralleli – io che inseguivo le notizie, tu che raccoglievi i corpi. Gli auguri di Santo Stefano che volano leggeri sui social e diventano l’ultima cosa. Come se il destino avesse chiuso il cerchio con un gesto stanco, quasi pigro.Non c’è ironia, stavolta. Solo una malinconia pesante che si appiccica addosso come quella nebbia che avrà avvolto la tua anima sincera.
Hai provato a lasciare indietro la morte che ti guardava ogni giorno negli occhi. E invece ti ha aspettato sul finire di un 2025 in un capannone buio, con un cuore che ha smesso di battere senza preavviso.
Ora restano i ricordi cari: le sigarette (maledette) in garage, le corse folli in motorino. I favori cinicamente elargiti quando mi segnalavi una disgrazia o mi passavi un nome sotto banco della vittima di omicidi prima dell’ufficialità che voleva direfinire prima che per il mio lavoro è routine…
Addio caro Stefano che La terra ti sia lieve. E se c’è un posto da qualche parte, spero tu sia lì, cravatta dritta, mani pulite, a guardarci con quel tuo sorriso sornione mentre noi restiamo qui a chiederci perché certe fatalità sembrano così assurde, così crudeli, così vere. Un abbraccio forte, Ste…
Tiziano.
